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06. Sep. 2014 - Published in Giornale di Vicenza

"Amo miei orchestrali e prima di un concerto

sono sempre felice"

John Axelrod ha 48 anni, ne dimostra dieci di meno e non smette di sorridere, soprattutto quando parla di cose serie. Il che non è inusuale per un texano, ma lo è per un direttore d'orchestra. In carriera, di orchestre, ne ha guidate 150 e attualmente dirige la "Giuseppe Verdi" di Milano. Per lui che a 16 anni imparava da Leonard Bernstein, ieri sera un esordio Olimpico in città con "Love's Philosophy". L'abbiamo incontrato al mattino.

A poche ore dal concerto, come si sente?
Felice. Non soffro lo stress che molti musicisti patiscono prima di un'esibizione. Questo perché amo i miei orchestrali. Bernstein era solito dire: "le persone suonano gli strumenti, io suono le persone", ma prima di "suonarle" bisogna amarle.

Cos'altro hai imparato da Bernstein?
Lui ha fatto di tutto: musicista, compositore, produttore, direttore d'orchestra. La sua vita è stata inondata di musica. E mi ha dato l'opportunità di fare lo stesso. Soprattutto, mi ha insegnato cosa significhi essere un direttore d'orchestra.
Come un giardiniere che cura i fiori in mezzo ad altre specie floreali, il direttore deve ispirare gli orchestrali, far emergere i singoli talenti e suonare in un'unica voce.

Però era preoccupato di essere ricordato solo per "West side story".
Era una paura che lo angosciava. Però sosteneva che un direttore d'orchestra poteva anche dirigere con successo musica "cattiva", mentre per il compositore era molto più difficile. In realtà giudicare uno spartito "buono" o "cattivo" è un'esperienza molto soggettiva, ma nella composizione e nell'esecuzione ci sono alcuni elementi strutturali da cui non si può prescindere. Negli Usa come in Europa.

Appunto. Quali sono le differenze nell'approccio alla musica classica?
Gli Usa sono una nazione giovane, senza cultura, e al contrario di quanto si possa immaginare l'impostazione allo studio e alla direzione è ferma al 1945. È rigida, dogmatica, rispetto a quella europea in continua evoluzione. E conservatrice anche nel repertorio perché la mentalità è la medesima dei musicisti emigranti che appena sbarcati a New York fondarono orchestre a destra e a manca. In Europa, invece, uno stesso testo assume sfumature e prospettive diverse secondo il Paese in cui e eseguito.

"Love's Philosophy ", sembrache l'unico linguaggio universale possibile sia proprio la musica.
Sì. Guardiamo alla Grecia di Socrate, Platone, Aristotele. Il filo conduttore delle loro riflessioni è sempre stato l'amore. E la musica è uno strumento di condivisione di emozioni. Il problema è che le arti sono un patrimonio che deve essere condiviso da tutti, non solo da chi si può permettere un biglietto d'ingresso. La nostra responsabilità, come musicisti e direttori d'orchestra, è che le armonie degli spartiti siano uno strumento di esperienza comune.

Eppure siete famosi per la vostra boria e inaccessibilità. (Axelrod ride, ndr). E vero. Fino alla metà del XIX' secolo, anno più anno meno, lo stato sociale dei musicisti era simile a quello delle prostitute. Nel frattempo però, i musicisti erano lo specchio della società ed erano al servizio degli spettatori. Poi, la società è mutata, e quegli stessi musicisti hanno raggiunto la rispettabilità degli eroi. Da i musicisti, non sono più al servizio del pubblico, anzi è vero il contrario. E se negli ultimi due secoli le uniche cose a non essere cambiate sono i collari dei preti e i frac degli orchestrali, c'è qualcosa che non va. •